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Stop alla cannabis light?

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In Camera di Consiglio tenutasi il 30 maggio le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione decidono sulla liceità della commercializzazione di prodotti di Cannabis Sativa L.

Cosa accade

Chiamate a giudicare se le condotte non rientranti nella coltivazione di canapa, disciplinata specificatamente nella Legge 242/2016, siano da ritenersi penalmente irrilevanti, le Sezioni Unite Penali della Cassazione statuiscono un principio opposto a quello che finora conoscevamo: foglie, infiorescenze, olio e resine ottenuti dalle piante di canapa sono esclusi dall’ambito di applicazione (e quindi dalla liceità) della legge. Perché? In sostanza perché sono prodotti diversi dalle varietà iscritte nel Catalogo comune delle specie di piante agricole di cui alla Direttiva Comunitaria 2002/53/CE e quindi non ricadono nel processo di coltivazione e della filiera agro-industriale che la legge italiana disciplina e tutela.

Quali sono le conseguenze

Tutti quei prodotti di cannabis light intesi come lavorati e derivati della canapa, oggi commercializzati nei grow shop o nei cannabis store, non saranno considerati leciti e dunque vendibili? Non è esattamente così.
E’ vero che questa pronuncia delle Sezioni Unite potrebbe avere un’incidenza seria e importante nel nostro ordinamento e ripercussioni inevitabili sul mercato e sulle numerose attività commerciali, che da qui in futuro potrebbero vedersi negato il diritto di commercializzare gran parte dei prodotti. Ricadute su chi ha investito pensando di vendere qualcosa di assolutamente lecito, che ora improvvisamente teme che non sia più così e, addirittura, che la condotta possa integrare gli estremi di un reato ai sensi del DPR 309/1990. 

Tutto questo accade, vale la pena dirlo, non perché ci siano state scoperte eclatanti o approfondimenti importanti su aspetti droganti prima sconosciuti, ma più semplicemente, perché é stata data una diversa e più stringente interpretazione dal parte del Supremo organo chiamato a giudicare. E’ altrettanto vero, però che la sentenza non é una legge, inteso come atto normativo: si tratta di una pronuncia intervenuta in questa disputa giurisprudenziale in cui le Sezioni Unite sono state chiamate a risolvere un contrasto tra orientamenti opposti (vi ricordiamo https://www.weedzine.it/2019/02/04/la-cassazione-sulla-detenzione-e-commercializzazione-di-cannabis/).

Una sentenza rilevante certamente, ma innanzi tutto va ricordato che i prodotti contenenti un principio attivo di THC inferiore allo 0,6% non sono da considerarsi sostanze stupefacenti. Quindi ora cosa sarebbe lecito aspettarsi? Provvedimenti di divieto immediato di cessione e vendita di tutti i prodotti indiscriminatamente? Oppure, come è auspicabile, una legge che disciplini in modo organico il commercio delle sostanze e dei lavorati derivati dalle piante di cannabis e che faccia chiarezza. E questa sì, sarebbe vincolante per tutti e su tutto il territorio italiano.

Aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza che saranno pubblicate per avere maggiori lumi e comprendere alcune sfumature che ci sfuggono.
Di fatto oggi con questa pronuncia quello che viene sancito è il dilagare del caos, di certo non è la parola “fine della storia“.

 

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